Pandemia. Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l’avvicinarsi di un “dopo” incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni servano ad aprire una discussione. O almeno chiarire un poco alcune vicende fondamentali di queste lunghe giornate.

Se c’è qualcosa che l’hacking ci ha insegnato è che la tecnologia è un terreno di dominio e come tale va scardinato. Oggi la soluzione tecnica viene sbandierata come panacea, semplice, accessibile, ma è pura propaganda.

La tecnica asservita al potere economico e politico sembra avere il diritto di parlare di tutto, proponendo soluzioni che vanno dalla sanità, alla formazione, alla gestione dei flussi di persone, ma parla sempre da una posizione disincarnata, senza l’esperienza diretta delle problematiche e delle risorse fondamentali da preservare. Questo tipo di approccio alla tecnica è per noi tossico e l’hacking continuerà a voler sollevare queste contraddizioni con i suoi strumenti.

# La premessa

Le istituzioni hanno scelto di avere fin da subito un atteggiamento paternalista, con l’obiettivo di scaricare il pesante impatto del virus sulla “popolazione indisciplinata” che non rispetta i dettami della quarantena. 

Come se la limitatissima capacità di intervento non fosse dovuta alle condizioni critiche della sanità pubblica, stremata da anni di tagli, aziendalizzazioni su base regionale, privatizzazioni, accorpamenti e scelte sbagliate.

Invece di assumersi le responsabilità di una strategia che ha privilegiato i grandi centri nevralgici ospedalieri (grandi centri che da soli sotto pressione non avrebbero retto) a discapito di una sanità diffusa sul territorio, nelle comunicazioni ufficiali abbiamo assistito sgomenti all’elezione quotidiana di nemici pubblici, inviduati in categorie finora impensabili: il runner, il genitore con passeggino, il ciclista. 

Si sono lasciate sole le persone anziane nelle RSA o nelle loro case, incrociando le dita perché non si presentassero negli ospedali, nascoste sotto a un grande tappeto mentre il problema del contenimento del virus veniva trasformato, con atteggiamento ottuso e punitivo, nel contenimento/isolamento della popolazione.

In cima a tutto questo spesso si è preferito dar seguito alla volontà di confindustria e di molte aziende di tenere aperti i luoghi di lavoro a tutti i costi, senza procedure di protezione verificate ed efficaci, sviando l’attenzione grazie ad un’insostenibile retorica di guerra (il personale medico-sanitario come “eroi in prima linea”) a giustificazione dell’esistenza della carne da cannone in corsia e nelle fabbriche così come in trincea. Il costo del sacrificio è caduto sulle persone più vulnerabili.

# Tecno-buzzword e Covid-19

La prassi sanitaria è stata opportunamente confusa con la norma legislativa, attivando spesso un completo nonsense. Si è operato uno spostamento del problema: dal contenimento del virus si è passati ad un sistema di infrazioni da sanzionare, traslando così l’attenzione su quest’ultimo (il runner come arma di distrazione di massa).

Di nuovo, si prende un problema complesso e lo si riduce a uno collegato, ma più semplice, illudendosi e lasciando intendere che il secondo sia equivalente e risolva il primo. Si fa strada il sillogismo per cui contrastare il virus significa sorvegliare le persone che zuzzurellano in qua e in là.

A questo si aggiunge la più classica politica delle buzzword (parole tecniche, usate spesso in modo improprio per impressionare/influenzare chi ascolta con termini “alla moda”). Ci troviamo di fronte a un proliferare di “tecno-buzzword”: buzzword che presentano strumenti tecnologici come panacea di tutti i mali. Questa è una forma di tecno-soluzionismo che non risolve realmente i problemi e apre a una serie di ulteriori contraddizioni e criticitá.

# Tecno-buzzword 1: drone

Prendiamo un esempio: i droni.

L’Enac ha dovuto effettuare una serie di concessioni sull’utilizzo di questi giocattolini, perché i sindaci italiani più “smart” avevano iniziato ad autorizzarne l’uso in autonomia.

L’ente ministeriale ha dunque in fretta e furia liberato l’uso di droni nei controlli legati alle ordinanze covid, prima fino al 3 aprile, poi nella paranoia generalizzata dell’apocalittico weekend di pasquetta, l’ha rinnovata fino al 18 maggio.

L’utilizzo propagandistico, per quanto inquietante, di questi oggetti volanti è chiaro: l’autorizzazione prevede la presenza di chi pilota sul posto, non in remoto, e la guida a linea di vista; i droni possono solo segnalare la presenza di persone da controllare, il materiale video registrato deve essere rimosso dopo il controllo e le infrazioni contestate sul momento. I controlli con droni sono stati effettuati in luoghi semi deserti, fluviali o marittimi. A conti fatti sembra più un divertissement per non annoiarsi in quarantena, visto che praticamente un vigile con un binocolo da 20 euro avrebbe avuto lo stesso effetto. 

Il salto di qualità avverrebbe con la guida da remoto e la registrazione ed elaborazione automatica delle immagini. Ricordiamocelo bene e non lasciamoci distrarre quando inevitabilmente qualcuno cercherà di far passare inosservato qualche “temporaneo aggiustamento alla normativa”, magari per far fronte ad un’altra “emergenza”.

Attualmente però i droni funzionano solo da generico spauracchio, utile a terrorizzare le persone, o da spot per sindaci sceriffi col pallino dell’innovazione in cerca di visibilità e consenso. 

# Tecno-buzzword 2: app di tracciamento contatti

Altro esempio: la app per tracciare i contatti.

Non ci sembra interessante disquisire se il tracciamento avvenga con la collaborazione degli operatori telefonici, o come sembra essere stato scelto, con il bluetooth e le app sviluppate da google ed apple.

La pre-condizione per questa fantomatica fase due è il ripristino di una sanità pubblica di prossimità, colpevomente smantellata da scelte di governo bipartisan e risorsa imprescindibile per contenere la pandemia. Servono assunzioni, formazione, presìdi medici diffusi sui territori, capacità di analisi: eppure non se ne sente parlare. Se non ci sono abbastanza laboratori d’analisi per fare un tampone a una persona con la polmonite, se non c’è nessuna persona in grado di andarglielo a fare a casa, se non ci si prende cura delle persone capillarmente, a poco serviranno uno smartphone e una app. Al massimo una app segnerebbe un numeretto, ma a leggere quel numeretto poi chi ci sarebbe?

Più chiaramente: è come costruire una casa a partire dalla porta, rifinirla di tutto punto con gli intarsi e lo spioncino a fotocamera, e poi chiamare tutti e dire: “Ecco qui: la porta è fatta secondo standard europei, è molto innovativa e rispettosissima della vostra privacy”. È normale che poi ti si chieda: “Ok, ma c’è solo la porta. La casa dov’è?”

La app trasla ancora il problema da una cosa difficile a una facile: in due settimane la app la fai.
Poi, tossendo, la apri sul cellulare e scopri che non ha proprietà curative.

Affrontare il discorso in termini di privacy e di tecnologie, è esattamente il terreno su cui ci vogliono portare, per attuare il giochino dello spostamento del problema e puntarci contro un’altra ennesima grande arma di distrazione di massa.

Non ci sono dubbi: preservare l’intimità digitale e la privacy è uno dei campi di lotta di quest’epoca, il problema del controllo è connaturato al sistema in cui viviamo e la raccolta massiva di dati è uno degli elementi fondamentali su cui si basano abusi e repressione. 

Immediatamente però, alle attuali condizioni e per contrastare la diffusione del virus qui e ora, un’app è semplicemente inutile e chi utilizza le buzzword app o innovazione sta colpevolmente contribuendo a sviare l’attenzione da quelle che sono le reali problematiche e a deresponsabilizzare chi ha realmente causato questa catastrofe sanitaria.

# Tecno-buzzword 3: DAD – didattica a distanza

La didattica, nell’impossibilità di utilizzare piattaforme pubbliche, si è frastagliata in mille rivoli e strumenti, pesando sulla buona volontà, intraprendenza e connessione del corpo docente che, lasciato alla propria iniziativa individuale, si getta a spegnere l’incendio che divampa grazie al vuoto sociale. Navigando tra un google, zoom, teams, whatsapp, skype, facebook, youtube, nella consapevolezza che l’esperienza didattica non sia riducibile esclusivamente all’erogazione di contenuti.

Al netto di tutti i ragionamenti vi è la (banale?) constatazione che la didattica a distanza non può essere sostitutiva e considerata equivalente della didattica in presenza, sopratutto per la fascia di età 6-18, e che il motivo per cui è stata imposta sono le carenze strutturali delle scuole che, disorganizzate e sovraffollate, non permettono la didattica in aula opportunamente distanziati.

Quindi si torna di nuovo alla questione principale: i problemi materiali si spostano nel digitale, ma il digitale non può risolverli.

La scuola, nel vuoto del pensiero e delle risorse strategiche, è stata di fatto consegnata in toto alle grosse piattaforme commerciali.

Ancora una volta, il meccanismo è il solito: di fronte a una scuola trasformata in azienda, svilita, dove mancano i soldi anche per il sapone, che andrebbe ripensata e riorganizzata con affetto, ci si affida al presunto potere taumaturgico della tecnologia. Non si può pensare che questa scelta non avrà ripercussioni sul futuro. Né si può pensare che sia una scelta ovvia ed automatica, con buona pace di tutti i discorsi sul free software nella pubblica amministrazione, che si fanno da praticamente 20 anni.

Salvo poi scoprire che la tecnologia non è così accessibile, ma è invece ulteriore fonte di diseguaglianza sociale. Perchè possiamo fare finta che non sia vero che molte persone facciano teledidattica con i giga del proprio cellulare, che il territorio italiano sia fatto di paesini sperduti e nient’affatto connessi, che sfavillanti e velocissimi computer non siano affatto in ogni casa, però, per l’appunto, stiamo facendo finta.

Quella che era già una tendenza problematica (una scuola fatta di didattica frontale e di valutazioni basate sulla quantificazione) rischia ora di diventare la norma perché “siamo in emergenza”. L’emergenza di oggi porta al pettine i nodi problematici della società che abitiamo.

Lo stato di crisi è strutturale e rende evidenti vulnerabilità preesistenti che non si possono risolvere normando l’emergenza ma solo in un processo di profondo cambiamento.

# Una tecno-buzzword non ci salverá

Amiamo gli enigmi e non ci spaventano le complessità dei problemi. Quello che temiamo sono le false piste e gli specchietti per le allodole.

Ciò che stiamo vedendo, e subendo, in questi giorni, non è altro che l’esasperata manifestazione di una serie di nodi che vengono al pettine e nessuna bacchetta magica smart basterà a scioglierli.

Quando la politica parla di tecnologia, spesso lo fa per sviare l’attenzione dalle ingiustizie e problematiche sociali a cui ci chiede di rassegnarci. Consapevoli che ogni piccolo spazio di libertà sacrificato non verrà restituito ma dovrà essere duramente riconquistato, quando la parola chiave è “emergenza” è ancora piu’ importante svelare i meccanismi nascosti e leggere oltre la propaganda.

Dobbiamo mantenere la concentrazione, scrollarci di dosso il ruolo di gregge e ritrovare quello di comunità pensante, ricordarci ogni buzzword che è stata utilizzata sulla nostra pelle, scartarla e continuare a guardare dritto davanti, al cuore del problema.

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Sabato 8 febbraio – Hacking a merenda

 

 

 

 

 

 

 

I capture the flag (CTF) nel senso hackaroso del termine sono dei giochini nei quali si predispongono delle macchine volontariamente, ma raffinatamente mal configurate, con bug più o meno noti, più o meno esoterici o strambi. Il gioco consiste nel cercare di sfruttare queste “vulnerabilità” per ottenere delle sorta di bandierine nella forma di codici o frasi, che consentono di accedere al livello successivo o di proseguire nella partita.
Sono un modo divertente per imparare e capire a fondo come funzionano sistemi operativi, linguaggi di programmazione, protocolli di rete, ecc… Possono assumere, e nella realtà accade, un tono competivivo e agonistico, ma noi preferiamo declinarli come un momento di apprendimento collettivo e di diffusione di un sapere altrimenti specialistico e ammantanto di un elitarismo spesso ingiustificato e sempre fastidioso.

Sabato 8 febbraio dalle 15 alle 20 presso l’hacklab IF_D0 al nEXt Emerson giocheremo in sessioni collettive a dei CTF, accompagnando il tutto con bevande calde e biscottini.

L’hacklab si ritrova tutti i mercoledì dalle 20 circa al nEXt Emerson in via di Bellagio 15

Chiacchere sul code reversing: Ottobre – Dicembre 2019

Presso il nEXt Emerson di Firenze

Inizio h 19 chiacchere – Cena al sacco – h 21 laboratorio

2,16 Ottobre: architettura intel x86 – x64

30 Ottobre: flusso del codice dal sorgente all’eseguibile e ritorno

13,27 novembre: formati dei file

11,18 Dicembre: disassembler, decompiler, debugger

Venerdì 27 settembre – Breve storia della scena demo del c64

All’interno di inchiostri ribelli Ifdo presenta

Breve storia della scena demo del c64 (commodore 64)

Prima degli anni ’80 i computer erano nei centri di calcolo, occupavano intere stanze e venivano usati da tecnici in camice bianco, poi i primi home computer resero questi aggeggi degli elettrodomestici di uso comune. I centri di calcolo rimasero tali, ma le persone iniziarono a portarsi pezzi di informatica a casa, in un mondo che non conosceva ancora Internet. Si sviluppò una fiorente industria del software e in particolare dei videogiochi, il principale utilizzo di quegli scatolotti. Come sarebbe normale in un mondo con un senso, le persone si scambiavano i programmi, e come sarebbe normale in un mondo con un senso, li copiavano. La copia di un oggetto digitale è esattamente identica all’originale: non c’è un motivo per cui da uno, non se ne possa fare due o un milione. La fiorente industria del software non era però daccordo e si sentiva danneggiata e un poco offesa da tutta questa spavalderia. Si ingegnarono dunque a creare dei meccanismi di protezione, nacque così per risposta la scena dei crackers, persone che sproteggevano i giochi e di solito introducevano anche delle nuove feutures, tipo vite infinite, tasti per saltare da un livello all’altro, ecc… Queste persone erano organizzate in crew e usavano inserire una sorta di introduzione ai videogiochi crackati con il loro logo unito a qualche effetto grafico e musichina di impatto, un’attitudine del tutto simile  al writing illegale sui muri o sui treni. Queste intro nel tempo divennero sempre più elaborate e crearono una
scena a parte. Il videogioco non era più importante, e il computer diveniva un mezzo espressivo autonomo dal circuito dei videogame. Dalla scena dei crackers nasceva così la scena delle demo. Si organizzavano e ancora si organizzano in giro per il mondo dei demo party, che durano un paio di giorni, in cui le varie crew si sfidano nel produrre dei bricolage di immagini, suoni e testo con piattaforme di solite vetuste. In questa chiaccherata parleremo della scena legata al commodore 64 e in particolare di alcune demo dai contenuti piuttosto politicizzati. Si tratta di un fenomeno piuttosto interessante di riutilizzo di tecnologie obsolete, ormai completamente marginali per il mercato, ma proprio per questo più libere, in cui la creatività può spaziare senza dover rendere conto di quanto denaro riesca a muovere.

bin/art – Dal 12 maggio al 1 giugno 2019

bin/art – Retrospettiva Computer Art 1961-2001

Una esposizione temporanea che ripercorre la storia dell’arte digitale, presentando i lavori di alcuni pionieri in una retrospettiva che parte dai primissimi esperimenti degli anni ’60, attraversa la rivoluzione dell’home computing degli anni ’80, per approdare (quasi) al nostro tempo.

https://binart.eu

Tutte le opere sono a disposizione dei visitatori funzionanti, su sistemi e supporti d’epoca oppure, nei pochi casi in cui questo non è stato possibile, in una loro reinterpretazione attualizzata.

A cura dei musei dei MIAI e MusIF

Dal 12 Maggio al 1 Giugno
@ NextEmerson – Via di Bellagio 15 Firenze

Orari di apertura: https://nema.noblogs.org/orari/

La mostra e’ aperta nei seguenti orari, con visite accompagnate in gruppi non
troppo numerosi.

martedi’ 14/05 h 17 – 20.30
sabato 18/05 h 17 – 24.00
domenica 19/05 h 17 – 24.00
martedi’ 22/05 h 17 – 20.30
venerdi’ 24/05 h 17 – 24.00
sabato 25/05 h 17 – 24.00

Nella settimana di hackmeeting gli orari subiranno dei cambiamenti per aumentare i giorni e le ore di apertura, e verranno comunicati in seguito.

Hackmeeting 2019 Warm up – Aprile/maggio

Ecco la seconda parte di eventi in preparazione di Hackmeeting.. If_Do continua il suo tour in giro per gli spazi fiorentini.

Cosa sono i warm-up? https://hackmeeting.org/hackit19/warmup.html

Domenica 14 aprile @ Mondeggi Fattoria senza padroni
h 16.30 Il senso dell’Internet: quali e quanti strumenti abbiamo a disposizione e quanti pochi ne usiamo. Con chi vogliamo parlare e come. Partiamo dai nostri veri bisogni (e non da quelli indotti) e cerchiamo insieme risposte soddisfacenti.

Mercoledi’ 17 aprile @ Polveriera Spazio Comune
h 19 La ricreazione al silicio (parte 4)
Appuntamento mensile all’hacklab in Polveriera per capire e approfondire le tecnologie smontandole e giocando. Ogni volta verranno proposti dei mini laboratori guidati di cose acarose, usando risorse disponibili on line (capture the flag, insecure vm e robe simili, ovvero ambienti con bug o vulnerabilità create apposta per capire come funziona questo buffo universo).

Giovedi’ 18 aprile @ Occupazione di Via del Leone
h 18 Telefoni e smartphone: cosa sono e come funzionano. Il cellulare è quell’oggetto che sta sempre con te. Piu’ della biancheria intima vive in stretta relazione con la tua persona. Ma sai come funziona ? Cosa significano 2g,3g,4g,5g ? Cosa sia una cella ? Come traccia i tuoi spostamenti ? Quanta cose conosce di te il tuo telefonino e quanto e’ difficile accedervi ? Quella che proponiamo è una chiaccherata tecnica, ma non troppo, per analizzare come funziona un cellulare nell’ottica di una sorta di ecologia mentale su un oggetto che trenta anni fa neanche esisteva, e oggi sembra il mondo finisca quando lo si dimentica a casa.

Sabato 27 e domenica 28 aprile @ csa NextEmerson
Brugole e Merletti 2019 – Due giorni di workshop e mani in pasta, due giorni per riempire l’Emerson di pittura, scultura, installazioni, arti volanti e idee illustrate. L’arte dentro, fuori, attraverso le nostre vite e i nostri muri. Brugole e Merletti incontra il NEMA, insomma! E quindi…. workshop pratici di elettronica, costruzione e autoriparazione, artigianato, idee geniali e arti sottovalutate. Live painting, installazioni e allestimenti in diretta del nuovo NextEmersonMuseoAutogestito.

Domenica 5 maggio @ k100fuegos
21.30 Presentazione degli aggiornamenti della “Guida all’autodifesa digitale”, con una delle traduttrici. Nell’ultimo anno sono stati aggiunti i capitoli sui componenti hardware, l’analisi del rischio e le strategie e strumenti da utilizzare, alcuni casi di studio e esempi. A seguire Mini almanacco di primavera a base di Coccoli al silicio. Sugose pillole dal mondo dell’hacking, tra intrighi internazionali, malware, ricche corporations che fanno della tua navigazione in rete la loro ricchezza. Selezioni di anedotti, cose buffe, dimostrazioni live, per capire il dietro le quinte di questi maledetti aggeggi elettronici.